Il Ritorno: Padri, figlio e la terra tra di loro

Il territorio che separa i padri dai figli ha disorientato molti viaggiatori. E’ assai facile smarrircisi. Telemaco, Edgar, Amleto e innumerevoli altri figli, i cui drammi privati scandiscono le ore silenziose, si sono spinti così lontano nell’incerta distanza tra passato e presente da sembrare spaesati. “Il ritorno”, Hisham Matar, p. 51 

Hisham Matar decide di immergersi in questa sensazione di smarrimento quando nel 2012, poco dopo la caduta del regime di Gheddafi, torna in Libia, la terra della sua infanzia, per ricostruire alcuni pezzi del complesso puzzle legato alla scomparsa di suo padre. Matar ci restituisce uno sguardo delicato e a tratti curioso su una Libia reduce da quarantadue anni di Gheddafi. Una Libia che emerge con forza dagli occhi dell’autore e delle persone che incontra nei suoi paesaggi, odori e sapori, ma che resta uno sfondo per quello che è un racconto in perfetto equilibrio tra un dramma privato e un importante tassello della storia di una nazione. 

Hisham Matar nasce nel 1970 a New York, da genitori libici, ma si trova in Egitto, al Cairo quando suo padre Jaballa, viene sequestrato dal loro appartamento e portato nella prigione di Abu Salim, di nuovo in Libia, dalla quale era scappato tempo prima insieme alla famiglia. Jaballa era infatti considerato un importante oppositore del regime di Gheddafi e dopo l’esilio “volontario” nel vicino Egitto, sembrava che le sue posizioni rispetto al regime fossero diventate ancora più esplicite.

Così, nel 1990 Jaballa viene portato ad Abu Salim, un carcere di massima sicurezza situato a Tripoli. In Libia come all’estero, questo nome evoca ancora i resoconti di gravi torture e maltrattamenti che sarebbero culminati il 29 giugno 1996, quando in seguito a una rivolta si ritiene siano state uccise circa 1.200 persone. Il massacro di Abu Salim, così viene spesso definito, è stato oggetto negli anni di molteplici commemorazioni e indagini da parte della comunità internazionale. Tuttavia, nonostante la caduta del regime di Gheddafi abbia consentito una temporanea maggiore facilità di accesso alle informazioni rispetto alla prigione, alcune famiglie rimangono ancora all’oscuro del destino dei loro cari di cui sanno  solo aver varcato le soglie della prigione, ma non  quando né in che modo ne siano usciti. 

Una di queste famiglie è quella di Hisham Matar. Il 1996 rappresenta un anno fondamentale anche nella storia della sua, di famiglia: è nel 1996 infatti che si perdono le tracce di Jaballa, proprio ad Abu Salim. Grazie ad alcune lettere scritte dal padre, a testimonianze di altri detenuti e al supporto di organizzazioni come Amnesty International e Human Rights Watch, Matar è riuscito a ricostruire e confermare la presenza di suo padre ad Abu Salim dal marzo 1990 fino all’aprile del 1996, anno in cui dalla sua cella Jaballa fu trasferito, forse in un’altra cella, in un’altra prigione o giustiziato. 

Prigione di Abu Salim. Fonte: Human Rights Watch : “Libya: Abu Salim Prison Massacre Remembered” 

Nel 1996, le tracce di Jaballa si smarriscono in questa specie di buco nero. 

«Il corpo di mio padre se n’è andato, ma il suo spazio è qui ed è occupato da qualcosa che non può essere considerato semplicemente un ricordo. È vivo e vitale. Come potrebbero la complessità dell’essere, la meccanica della nostra anatomia, l’intelligenza della nostra biologia, e lo sconfinato firmamento della nostra interiorità – pensieri, domande, struggimenti, speranze, bramosia e desiderio e le mille e una contraddizioni che ci abitano in ogni momento – avere una fine che si possa segnare con una data sul calendario? Mio padre è morto ed è anche vivo. Non possiedo una grammatica per lui. È nel passato, nel presente e nel futuro» TROVARE PAGINA

Il 20 ottobre 2011, dopo otto mesi di guerra civile, il leader della Libia Muammar Gheddafi viene catturato nell’entroterra di Sirte, torturato e poi ucciso. Si apre un breve spiraglio di speranza per la Libia, ed è questo spiraglio che permette a Hisham Matar di fare ritorno nella terra delle sue origini dopo ventidue anni. Attraverso i luoghi fisici e i racconti dei parenti, degli amici e dei compagni di prigionia di Jaballa, Matar cerca la certezza di un destino per un padre che è allo stesso tempo vivo e morto. L’assenza di un corpo, di una fine che sia anche fisica, rende complessa, se non impossibile l’elaborazione del lutto e in qualche modo la messa in campo di una nuova relazione con il ricordo del padre. 

“Non sapere quando mio padre cessò di esistere ha ulteriormente sfocato il confine tra la vita e la morte” (p.142).

Il ritorno in Libia, dopo una vita condita dai toni dell’esilio, di fugace appartenenza a paesi e città che Matar stesso chiama “città surrogato” (p.5), gli permette di dare contorni più definiti alla figura del padre, giovane poeta, uomo dell’esercito e della politica, carismatico imprenditore, innamorato della sua patria. 

La storia di Jaballa viene ricostruita dalle persone che hanno condiviso un pezzo del suo cammino. E lo stesso si potrebbe dire della storia della Libia, le cui tappe fondamentali vengono ricostruite in particolare attraverso il nonno Hamed: nato ai tempi della Libia ottomana, passato attraverso il colonialismo italiano  (del colonialismo italiano in Libia vi avevamo parlato qui) e la deportazione in Italia, testimone della Libia indipendente del re Idris, e del colpo di Stato di Gheddafi. 

In un’intervista alla Rai, Matar porta alcune considerazioni su come il suo libro non possa essere ridotto a una semplice ricerca di un padre perduto: “il punto centrale del libro è come una vita si possa essere evoluta e sviluppata all’ombra di una strana assenza, la sparizione di una persona di cui non si sa se è viva o morta e come si va avanti facendo il milione di cose che bisogna fare per crescere (…) ma il libro parla anche della storia libica che si intreccia con quella italiana”, così come della molteplicità identitaria e di appartenenze che ha caratterizzato la vita dell’autore. O ancora, il personale interesse di quest’ultimo per opere artistiche e letterarie, come la Divina Commedia e diverse altre citate nel corso delle pagine del libro. 

In molteplici occasioni il lettore è portato a voler approfondire quelle che sono piccole istantanee, piccoli spunti storici e artistici che non appesantiscono la narrazione, ma anzi vi ci si incastonano fluidamente, collocando il racconto in un tempo e luogo ben riconoscibili. 

Sarà forse l’eredità poetica del padre a rendere capace Matar di nascondere tra le pagine del suo libro piccoli capolavori di espressione e immagini immersive che tengono stretto il lettore e cristallizzano frammenti di storia e di storie che non sembrano poi così lontani. 

Elena Sacchi

Fonti

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