Sahrawi: abitanti del deserto?

Nell’ottobre 2010 un gruppo di Sahrawi allestì il campo di Gdeim Izik, a 12 km dalla città di El Aaiún, capitale del Sahara Occidentale. Il Sahara Occidentale è un territorio desertico sulla costa atlantica dell’Africa, incastonato fra il Marocco e la Mauritania.
Nel giro di poche settimane la protesta si incendiò, fino a coinvolgere qualche migliaio di persone, provenienti sia dal Marocco che dal Sahara Occidentale. Le prime rivendicazioni dei manifestanti riguardavano le ripetute violazioni dei diritti umani nel paese, ma ben presto le proteste si rivolsero contro l’occupante marocchino.

L’esperienza di Gdeim Izik durò poche settimane e gli episodi di violenza non mancarono, tra cui la morte del quattordicenne Nayem Elgarhi. Il giovane, parte di un gruppo che provava a entrare nell’accampamento, rimase vittima di una sparatoria dell’esercito marocchino, giunto sul posto per controllare i manifestanti e reprimere le proteste.

La mattina dell’8 novembre l’esercito di Rabat smantellò l’accampamento e portò a termine migliaia di arresti fra i manifestanti. Tuttavia, l’importanza delle rivolte Sahrawi è riconosciuta: Gdeim Izik è considerato da Noam Chomsky, storico e linguista statunitense, come il vero inizio delle primavere arabe.

Donne Sahrawi che protestano (fonte immagine: middleeasteye.net)

Ma chi sono i Sahrawi? E perché protestano per il Sahara Occidentale?

I Sahrawi sono una delle popolazioni autoctone del Nord Africa, più comunemente note come berberi. Sono gli abitanti originari dell’area occidentale del Maghreb, sulla costa atlantica, e parlano diverse lingue di ceppo berbero. Tali lingue costituiscono la base dei cosiddetti ‘dialetti’ arabi nordafricani, i quali si rifanno molto di più alle lingue indigene che all’arabo stesso.

I Sahrawi – letteralmente “abitanti del deserto” – sono di religione musulmana e, come sottolineato dal Professor Abdellah Elhaloui, “[g]li imazighen [n.d.a.: letteralmente ‘uomini liberi’, come i berberi definiscono sé stessi] accolsero l’islam in quanto profondamente religiosi e poiché il nuovo credo non era in contraddizione con la loro identità: da lì a diventare arabi, ce ne passa”. I Sahrawi infatti, proprio come le altre popolazioni indigene nordafricane, non sono di etnia araba. Si potrebbe pensare ai berberi come a una minoranza nel vasto territorio maghrebino, ma il Professor Elhaloui ricorda come gli imazighen siano in realtà la maggioranza in Nord Africa.

La bandiera che il popolo Sahrawi ha scelto per sé.
I richiami sono panarabi nei colori e panislamici nei simboli centrali.

Nonostante costituiscano la maggioranza della popolazione, i berberi hanno subito – e subiscono – discriminazioni e sistematiche violazioni dei propri diritti. Il caso dei Sahrawi è in questo senso emblematico.

Dal 1884 al 1976 il Sahara Occidentale era compreso nelle colonie nordafricane della Spagna. Nel 1966 l’ONU impose al governo di Madrid di indire un referendum per l’indipendenza dei territori Sahrawi, un’operazione che non giunse mai a compimento.

Nel novembre 1975 venne firmato il Patto di Madrid: un accordo grazie al quale Spagna, Marocco e Mauritania si spartivano i territori coloniali. Il Patto venne firmato senza tener conto della presenza dei Sahrawi sul territorio. Questi ultimi si organizzarono nel Fronte Polisario (Frente Popular de Liberación de Saguía el Hamra y Río de Oro), il quale reclamava l’indipendenza dei Sahrawi e si appellava al diritto all’autodeterminazione dei popoli.
A seguito della dipartita spagnola dal Nord Africa, nel 1976, Mauritania e Marocco iniziarono l’invasione dei territori Sahrawi. Nello stesso anno, il Fronte dichiarò la nascita della Repubblica Democratica Araba dei Sahrawi.

Ebbe inizio una sanguinosa guerra fra gli eserciti invasori e il Fronte Polisario, durata dal 1976 al 1991, quando venne dichiarata una tregua. A sostenere il Fronte c’era – e c’è tutt’ora – anche l’Algeria: dietro alle apparenti buone intenzioni di difendere le istanze Sahrawi, si celava sicuramente un interesse ad avere accesso all’Oceano Atlantico e la rivalità fra Marocco e Algeria.

Al contrario di Nouakchott, che decise la ritirata dal conflitto nel 1979, il Marocco continuò a occupare il Sahara Occidentale. Fra il 1980 e il 1986, nel pieno del conflitto, il governo di Rabat iniziò anche la costruzione di un muro divisivo che arrivò a estendersi per più di 2000 km. Ancora oggi il muro separa i territori sotto il controllo di Rabat e quelli liberati dall’ONU.

L’attuale divisione del Sahara Occidentale fra occupazione marocchina e Fronte Polisario
(fonte immagine: Vice)

L’occupazione marocchina dura tutt’ora, con il Sahara Occidentale conteso fra Rabat e Fronte Polisario. La maggior parte dei Sahrawi è costretta a vivere in campi profughi e necessita di aiuti umanitari. Nonostante il Sahara Occidentale sia riconosciuto da un’ottantina di paesi in tutto il mondo, poco si è fatto per la reale indipendenza e autonomia del popolo Sahrawi.

Dal 1991 le Nazioni Unite tentano di organizzare un referendum per dichiarare i territori Sahrawi liberi, ma le missioni da allora inviate non hanno ancora avuto successo.

Nel 2007 il Marocco aveva avanzato un progetto di pace che ruotava attorno alla maggiore concessione di autonomia, tuttavia riconoscendo l’egemonia marocchina sui territori Sahrawi. Da allora tale risoluzione viene presa in considerazione dall’Assemblea delle Nazioni Unite, l’ultima volta nell’ottobre 2020. Tale posizione non stupisce se si tiene a mente la normalizzazione dei rapporti fra Marocco e Israele, avvenuta con il benestare di Washington nel 2020.

I più recenti sviluppi delle vicende Sahrawi vedono un inasprimento delle misure repressive da parte di Rabat. Nel novembre 2020 si sono verificate nuove proteste, ancora represse nella violenza.

Avana Amadei

Fonti

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