Captagon: il narcostato siriano

Nel luglio 2020, la Guardia di Finanza di Napoli festeggiava il completamento di una grande operazione antidroga. Un tweet trionfante dichiarava il sequestro di “84 milioni di pasticche prodotte in #Siria da ISIS/DAESH per finanziare il terrorismo.” Le forze dell’ordine italiane avevano sequestrato 14 tonnellate di metanfetamine, portando a termine la più vasta confisca di tale sostanza nella storia e togliendo circa 1 miliardo di dollari dalle tasche, secondo le loro dichiarazioni, dello Stato Islamico. Ma è davvero così?

Fonte immagine: profilo twitter della Guardia di Finanza

Il coinvolgimento dello stato

Se le quantità, il valore di mercato e il tipo di droga non sono state discusse, molto di più lo è stata l’origine di questo carico e, soprattutto, l’identità di coloro che si sarebbero arricchiti dalla vendita degli stupefacenti. Dietro al traffico di captagon c’è veramente l’ISIS?

Numerose inchieste, fra le quali ne spicca una di dicembre pubblicata sul New York Times, smentiscono duramente questa ipotesi. Il captagon non verrebbe prodotto e venduto dai miliziani del Daesh, bensì dallo stesso regime siriano – una circostanza che porta molti esperti a definire la Siria come un “narcostato”.

Le indagini hanno portato a sospettare di una particolare sezione dell’esercito siriano: la Quarta Divisione corazzata, che è sotto il generale Maher al-Assad (fratello del presidente Bashar e figlio dell’ex presidente Hafez). I soldati di questa fazione non sono mercenari, ma soldati di carriera, un elemento che li porta ad avere un interesse maggiore nel mantenere lo status quo e il potere del regime. Inoltre, molti soldati appartengono alla medesima corrente religiosa della famiglia Assad, ovvero quella alawita.

I fratelli Maher (a sinistra) e Bashar (a destra). Fonte immagine: syrianobserver.com

Il generale Maher gode della fama di persona violenta e incontrollabile. Sarebbero proprio queste sue caratteristiche ad aver spinto il padre, Hafez, a designare il fratello minore Bashar come suo successore al comando della Siria. A Maher è stato lasciato il compito di controllare la Quarta Divisione dell’esercito: un compito che gli permettesse di dare sfogo alla propria natura, senza l’incombenza di dover mantenere la presentabilità che ci si aspetta da un presidente.

Tuttavia, Bashar non sarebbe affatto all’oscuro dei traffici del fratello, ma si tratterebbe di una collaborazione stretta e continuativa fra i due. Se Bashar ha l’arduo compito di mantenere la faccia – per quanto ancora possibile – davanti alla comunità internazionale, Maher può dedicarsi al narcotraffico internazionale senza temere le possibili ripercussioni sulla sua reputazione.

L’ingente flusso di denaro che deriva da questo commercio – sempre florido – va a rimpolpare le tasche del regime. Bashar beneficia dell’attività illecita del fratello e questa divisione dei compiti sembra funzionare: il presidente mantiene un atteggiamento istituzionale, e lo fa anche grazie ai fondi del narcotraffico di Maher.

Il captagon

Ma qual è la storia dietro al captagon?

La versione legale è stata sintetizzata in Germania, inizialmente per combattere la narcolessia. È un composto di metanfetamina e caffeina chiamato fenetillina ed è stato commerciato con diversi nomi.

Nel 1981 viene dichiarata illegale, ma ciò non fa che aumentarne la popolarità. Come quando era legale, questa molecola viene assunta per i suoi effetti eccitanti, ma la forte assuefazione che dà porta la comunità internazionale a condannarla e a toglierla dal mercato.

Il captagon viene comunemente chiamato in arabo “أبو الهلالين” (abu l-halalain), ovvero “quello dalle due mezzelune”, proprio per l’incisione sulle pasticche. Fonte immagine: tg24.sky.it

Prima della guerra siriana, il captagon era particolarmente utilizzato in Medio Oriente, mentre ora si parla sempre di più di una diffusione a livello globale. L’instabilità dello stato, la pesante infiltrazione dello stesso regime fra i responsabili del traffico, la presenza di numerosi luoghi abbandonati che possono essere sfruttati per attività illecite, la posizione strategica della Siria – facile accesso al Mediterraneo e centralità nella regione mediorientale: tanti elementi concorrono a rendere la Siria l’ambiente ideale per il narcotraffico. Inoltre, le pesanti sanzioni che gravano sul regime siriano impediscono molti commerci legali, per cui il ripiego sull’illegalità è un’opzione allettante.

Molti carichi di captagon partono da porti libanesi, specialmente da quello di Latakia. Hezbollah, la milizia e partito filoiraniano che spadroneggia a Beirut, avrebbe un ruolo nella catena di montaggio di questo commercio internazionale. Ad esempio, uno dei luoghi di produzione attuale dovrebbe essere la valle del Bekaa, proprio in Libano, dove Hezbollah prospera.

Nel solo 2021 sono state sequestrate 250 milioni di pillole in tutto il mondo: quello del captagon è un traffico miliardario, dalla portata mastodontica, e che coinvolge numerosi attori. Spesso le pastiglie vengono nascoste dentro a frutti finti, o ancora nei saponi – prodotti esportati dal Medio Oriente. Il carico confiscato in Italia nel 2020 arrivava in cilindri e materiale industriale.

Una crisi destinata a durare?

Il pesante coinvolgimento dello stato nella produzione e nella vendita di captagon rende il caso siriano, se non unico, almeno peculiare. Non si può pensare di chiedere collaborazione al governo per la risoluzione di questo problema, poiché la famiglia Assad è sia al potere in Siria che infiltrata nel traffico di metanfetamine. Inoltre, proprio il narcotraffico costituisce una ricca – e semplice – fonte di guadagno per un regime flagellato dalle sanzioni economiche.
Finché la crisi siriana perdurerà, con essa persisteranno molte delle condizioni che favoriscono il coinvolgimento del governo nel traffico di droga.

Anche se confortante, l’idea di un ISIS che produce e commercia droga non è sempre reale. Molto più vera è l’immagine di due fratelli, uno in giacca e cravatta e l’altro con la sua divisa immacolata, che si dividono con cura i compiti onerosi dietro alla gestione di uno stato in crisi. Uno che tenta di mantenere un’immagine pubblica pulita, spesso invano; l’altro che si occupa di traffici illeciti che tengono in vita la bestia del sanguinario regime siriano.

Avana Amadei

Fonti e approfondimenti

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