Il giardino di limoni: la Palestina stereotipata vista da un israeliano

Parlare e raccontare la Palestina è sempre difficile, lo sanno bene gli analisti politici, gli storici e gli artisti che la vivono o la raccontano; chi invece non sembra curarsi di tutto ciò e dispensa giudizi tagliati con l’accetta è Eran Riklis che col suo film Il giardino di limoni (شجرة ليمون in arabo e in ebraico: עץ לימון) mette in scena una Palestina piatta e stereotipata.

Fonte immagine: Kalliergeia.com

Il film è tratto parzialmente da una storia vera, quella del Ministro della Difesa Shaul Mofaz (nel film chiamato Israel Navon), che ottenne la possibilità di estirpare un giardino di limoni di proprietà di una donna cisgiordana (Salma Zidane nel film), nonostante il suo appello alla Corte Suprema d’Israele. La sicurezza personale del Ministro comprende come sia necessario eliminare il limoneto poiché potrebbe diventare un possibile nascondiglio per attentatori o una breccia per un possibile attacco terroristico, la donna però non si arrende: il limoneto infatti è la sua unica fonte di vita ed è un’eredità di famiglia.

Il lungometraggio israeliano prosegue così mostrando la lotta quotidiana che Salma deve affrontare nel tentativo di salvare il suo limoneto. Un avvocato che l’aiuterà fino alla Corte Suprema, una giornalista che denuncia le vessazioni israeliane e il rapporto controverso tra Salma e Miral, la moglie del ministro, fanno da contorno a una sceneggiatura tanto piatta quanto banale: un amore impossibile osteggiato dalle autorità cittadine, un conservatore israeliano sposato con una moglie a lui sempre più alienata, una giornalista paladina della libertà e che lotta contro le angherie di uno stato arrogante, la resistenza civile di una donna che diventa metafora della lotta di un popolo intero e ancora, la parzialità della giustizia che discrimina i palestinesi. Questi sono solo alcuni degli stereotipi che il film mette in mostra. I personaggi sono piatti, senza alcuna profondità e la trama fin dall’inizio si capisce dove vuole portare lo spettatore. Nemmeno la chiusura a effetto sulle conseguenze di questa continua mancanza di dialogo tra le parti sembra convincere: il film è un insieme poco raffinato di luoghi comuni e che prende una netta posizione, cosa più che legittima se questo fosse fatto con stile e profondità nella scrittura, ma la pellicola non ha né uno né l’altra. I giudizi tagliati con l’accetta e il pressapochismo sono la rovina di questo film come della causa che vuole difendere con la sua pochezza di originalità e abilità.

Fonte Immagine: Wikipedia.org

Sicuramente può essere utile come primo approccio alla questione palestinese ed è un film che può arrivare a tutti: se guardato distrattamente infatti può risultare piacevole e se non si hanno grandi aspettative può risultare un film discreto, se invece si è interessati a vedere qualcosa di reale sulla Palestina, qualcosa di non stereotipato e cinematograficamente valido rifuggite da questo film banale e mediocre.

L’avvocato in un passaggio del film dice che il lieto fine esiste solo nei film americani, frase di un qualunquismo irritante (non è però il caso di soffermarci), ma lo stesso film contraddice il suo personaggio poco dopo: il lieto fine è arrivare alla fine del film stesso.

Luigi Toninelli

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