La terra del latte e del miele. Dalla colonizzazione delle specie al vegan washing di Israele

In questo articolo intendiamo trattare di due temi tanto apparentemente slegati come profondamente intrecciati. In un momento in cui il mondo pare volgere il proprio sguardo verso Gaza e la sua gente, ci sembra inevitabile pensare alle innumerevoli volte in cui, invece, lo sguardo del mondo era serrato, con le palpebre silenziose davanti al genocidio di un popolo e alla distruzione di una terra.
Per questo desideriamo innanzitutto tornare indietro con i potenti strumenti che la storia ci offre, e leggere avvenimenti dal passato con una lente antispecista e il più possibile inclusiva. Scegliamo questa lente perché ci permette di vedere e comprendere avvenimenti apparentemente irrilevanti nel rumoroso tumulto della storia umana, anche nella speranza di offrire una visione amplificata di qualcosa che è sempre stato oppressivo – l’occupazione, britannica prima, israeliana poi – della terra e della gente palestinese. La lente antispecista ci consente di soffermarci sugli albori della colonizzazione, dell’occupazione e del genocidio israeliani anche a danno degli animali, non solo degli esseri umani, e serbiamo in cuore la speranza che questo aiuti la consapevolezza riguardo ai sistemi oppressivi e al loro funzionamento.
Nella seconda parte ci concentriamo invece sull’attualità. Ad oggi, lo stato di Israele prospera dietro una facciata benevola di paese vegan-friendly, cruelty-free, plant-based: un vero paradiso per chi desidera mangiare e vivere senza nuocere agli altri esseri viventi. Il paradosso di questa scelta stilistica è particolarmente evidente a chi non rimane indifferente allo sterminio che Israele porta avanti da anni nei confronti dei palestinesi, soprattutto se si pensa che persino l’esercito israeliano si dichiara vegan-friendly e “etico”. Ci piacerebbe offrire una prospettiva diversa su questa facciata debole e fittizia, per permettere alle lettrici e ai lettori di grattare sotto la superficie, e vedere l’ipocrisia e la lontananza dai veri ideali antispecisti di uno stato come quello israeliano.
Vogliamo sperare che questa lettura amplifichi il discorso sull’oppressione a danno dei e delle palestinesi, senza volerlo mai oscurare né trascurare.
Matilde Cassano & Avana
Amadei

ESODO 3:17, CEI
Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele, verso il luogo dove si trovano il Cananeo, l’Hittita, l’Amorreo, il Perizzita, l’Eveo, il Gebuseo. Ora dunque il grido degli Israeliti è arrivato fino a me e io stesso ho visto l’oppressione con cui gli Egiziani li tormentano. Ora và! Io ti mando dal faraone. Fà uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti!1».

L’immaginario dell’abbondanza si riflette nella frase biblica, fu ripetuto incessantemente dai cristiani e dagli ebrei che fantasticarono sulla Terra Santa; eppure, questo paese fertile e decantato, non fu all’altezza dell’immaginario biblico così che gli europei, con il loro arrivo, si ritrovarono a lottare contro la natura palestinese per renderla all’altezza delle proprie aspettative cieche ed altezzose.

Che si tratti di una terra benedetta o maledetta poco importa: la Palestina da ben più di 70 anni ospita le dinamiche più turbolente e disturbanti della storia dei vecchi continenti. Come ben ha espresso Grazia Parolari, divulgatrice e attivista della Palestinian Animal League, in un recente incontro tenutosi presso il Circolo della Teppa di Saronno il primo febbraio 2024: “la colonizzazione israeliana della Palestina è passata attraverso la produzione animale, la manipolazione e la razzializzazione di questi ultimi fu un’ulteriore pratica tramite cui i coloni espropriarono le terre, ma anche la cultura palestinese”. Il caso israelo-palestinese mette in luce la strettissima correlazione tra le oppressioni: sfruttamento umano e animale rientrarono pienamente all’interno delle agende di dominio israeliane ora, inglesi prima.
Quando gli inglesi si stabilizzarono in territorio palestinese a partire dal 1922 non trovarono quella “terra promessa” tanto florida e ricca a cui le loro mire coloniali puntavano: una terra originariamente coperta da foreste, fiori, alveari venne inizialmente rovinata da piccoli greggi di capre e pecore, ed infine dall’invasione di razze meno civilizzate nell’arte agricola; o almeno così affermò nel 1942 Gilbert Noel Sale, conservatore delle foreste nella Palestina Britannica.2 Di certo il mito della terra da bonificare accomunò ed aiutò le nazioni imperialiste nelle loro propagande coloniali; così come lo fecero gli animali, il loro allevamento e sfruttamento per la produzione di alimenti e materiali di origine animale.
Sotto il dominio ottomano (1516-1917) il latte ed il miele palestinese era rappresentato dalle api, dalle capre e dai bufali d’acqua; animali di fondamentale importanza all’interno delle economie e culture arabe palestinesi, che vennero poi sradicate e distrutte con l’arrivo dei coloni.
Le qualità dei bufali d’acqua spaziarono dalla produzione di latte, il più buono del mondo secondo un burocrate egiziano del XIX secolo, alla protezione da animali predatori; la popolazione bufalina palestinese si stanziò 1800 sulle sponde del fiume Auja e nelle zone umide e paludose dell’Hula e della valle del Giordano, zone che, secondo la mentalità europea, dovevano essere bonificate al pari degli animali e delle società da esse dipendenti. Nel 1958 Israele completò la bonifica dell’Hula e i bufali d’acqua si estinsero.
La colonizzazione della Palestina si basò anche su una guerra sfrontata contro l’ “arabo” ben rappresentato dalle capre autoctone nubiane, che piccole, nere, selvatiche aderirono bene al pregiudizio europeo sulle popolazioni indigene. Le capre rimasero al centro dell’economia di sussistenza palestinese fino alla metà del ‘900 e furono, fra le altre cose, la principale fonte di latte, proprio per questo i governatori inglesi decisero di sradicare gradualmente l’allevamento caprino per sostituirlo con quello bovino e ovino o introducendo nuove razze caprine. Subito dopo la prima guerra mondiale furono emanate leggi che sottrassero spazio al pascolo caprino per introdurvi nuove foreste, foreste che però riempirono di buon grado gli stomaci caprini. Il dominio di un paese passò dalla modificazione profonda dell’ambiente per buona parte delle pratiche coloniali imperialiste del secolo scorso.
La frustrazione degli inglesi contro le capre ribelli si acuì: oltre la necessità di modifica del territorio vi fu la pressione di reprimere ogni forma di possibile resistenza e sovversione umana ed animale:

Palestinian Arab farmers were hence perceived as threatening to government rule; grazing goats were considered threatening to the land. Harmful in similar ways, these two—the Arab peasantry and Palestinian goats— came to symbolize each other. The need to create order on the land of Palestine was similar to the need to create order among the people of Palestine. Controlling the land and people had become one and the same. To do this, British officials began to record, count, measure, and classify—methods that would allow them to finally eliminate these disturbing creatures and replace them with prolific others3.

Le grazing laws limitarono la quantità di capre da possedere con permesso (non più di 25), limitarono i pascoli, tassarono gli allevatori, ma fu durante la Nakba del 1948 che il numerò di capre declinò drammaticamente: da 750.000 a 100.00 in soli quattro anni4. Il governo d’Israele, con una violenza ancor superiore a quella inglese, nel 1950 emanò la Black Goat Law il cui obiettivo fu lo sterminio delle capre e la loro sostituzione con altri animali “non nocivi”. La legge, che rimase in vigore fino al 2018, non venne ufficialmente eseguita a seguito delle molte petizioni di sconforto giunte al governo e dalla mancanza di fondi per compensare la sostituzione delle capre con pecore o vacche. Allora queste vennero sottoposte ad un processo di “razzializzazione”: alle capre nere, simbolo della Palestina araba, vennero preferite anche dai coloni ebrei le capre europee bianche e domestiche5.
La razzializzazione toccò pesantemente anche le vacche, l’estinzione dei bufali fu anche la conseguenza di politiche di eugenetica specificamente atte all’ibridazione della miglior vacca possibile, nel 1920 vennero importante in Palestina le vacche frisone, che accoppiandosi con tori arabi, produssero una quantità sufficiente di latte, ma non abbastanza, così si decise di eliminare l’arabo arrivando ad ottenere la vacca Holstein israeliana una delle razze più redditizie al mondo.
Questi sono brevi estratti di storie della terra del latte e del miele che uniscono e dividono persone ed animali, in categorie politiche di colonizzati e colonizzatori.

“Goats Feeding on Wild Vegetation, Kibbutz Sha’ar Ha’amakim, 1935–1940.” Source: Kibbutz Sha’ar Ha’amakim Archives”, in Milk and Honey, p. 54
A good goat. Cover of Ag. Moshe Schorr, The House Goat (Tel Aviv: Hakarmel [published by the chief supervisor of agricultural education, Ministry of Education and Culture], 1949), in Milk and Honey, p. 72
Land of Milk and Honey, p. 124.
Land of Milk and Honey p. 269.

“L’esercito più etico del mondo”

Lo stato di Israele odierno non si discosta dalle dinamiche oppressive sopra descritte.
Non è un caso che la propaganda recente dello stato di Israele abbia puntato molto sulla questione vegan ed animale; tant’è che l’IDF è stato definito dagli stessi israeliani “l’esercito più etico al mondo” anche per via dell’alta concentrazione di vegani al suo interno: nel 2018 è stato calcolato 1 soldato vegano ogni 18, per una somma di circa 50.000 soldati vegani; per di più, i soldati vegani ricevono soldi aggiuntivi che possano permettere loro l’acquisto di cibi plant based, come se non bastasse l’introduzione a partire del 2014 di razioni vegane, stivali e berretti vegani e dal 2017 la presenza di un menù vegano ancor più variegato. Parolari ricorda anche l’affermazione di una soldatessa intervistata che disse di sentirsi molto più tranquilla e serena da quando poteva difendere il suo paese senza fare male ad esseri viventi, rendendo evidente quanto l’opera di deumanizzazione dei palestinesi sia stata portata al termine.
In un’altra intervista a InfoPal del 3/1/20216 si cita anche Haggai Matar, giornalista vegano palestinese: “È assurdo che i soldati possano sentirsi molto male nel ferire gli animali, ma non abbiano alcun problema a sganciare bombe su Gaza e uccidere centinaia di persone”.

Soprattutto, è nel campo della ricerca scientifica e sperimentazione animale in campo militare che Israele si colloca al primo posto, avendo usato non solo i palestinesi, ma anche migliaia di animali come cavie da test per le nuove armi e tecniche militari7 ed adottando tra le fila del suo esercito cani pastori, sfruttati come armi ed uccisi come soldati8.
Grazia Parolari ricorda anche come gli israeliani sparino agli animali domestici dei palestinesi, e di come, al contrario di quanto venga dipinto, non hanno scrupoli ad uccidere anche gli animali non umani; ad esempio sparando ogni anno a migliaia di cani randagi nel West Bank9.

Le campagne mediatiche

Oltre alla veganizzazione dell’esercito, Israele si dipinge come “faro delle nazioni” cruelty free e vegan tramite una serie di campagne mediatiche.
Un esempio fra tutti è “Birthright Israel: a free trip in Israel” che, come annuncia il nome, si occupa di promuovere soggiorni e viaggi in Israele per tutti gli ebrei del mondo, in modo da convincerli a “ritornare” in Terra eletta, possibilmente sposandosi con altri figli di Israele. Dal 2017 i viaggiatori hanno la possibilità di scegliere una permanenza al 100% vegana, con l’aggiunta di corsi culinari plant-based ed incontri con importanti personalità del mondo vegano israeliano.
Considerare falafel e hummus piatti vegani tradizionali israeliani non fa che ricordare come la colonizzazione passi attraverso anche l’espropriazione culturale dei popoli indigeni (ne avevamo parlato in questo articolo); della loro musica, del cibo, ed anche della fauna – come nel caso della vipera Daboia Palaestinae nominata nel 2018 serpente nazionale israeliano, detta anche vipera della Terra di Israele.
Effettivamente Israele è l’unico paese dell’area considerata ad essersi dotato di una legge per il benessere animale, ma questa non impedisce lo svolgimento di attività circensi, o l’istituzione di zoo ed acquari.
Nel 2022 Israele festeggia la sua nomina a primo paese ad aver vietato l’uso di pellicce, con grande giubilo per comparti del mondo animalista internazionale. P.J Smith, nel direttivo di Human Society USA (HSUS), ha dichiarato: “Vietando la vendita di pellicce, Israele sta mettendo in chiaro che la crudeltà sugli animali non ha posto nella società di oggi. West Hollywood lo ha fatto nel 2011, aprendo la strada alla California nel 2019 e ora interi paesi stanno approvando leggi simili. “Questo è un grande giorno per gli animali10”, riporta la sezione della Humane Society italiana. Peccato che questa legge preveda una serie di deroghe per la ricerca scientifica, l’educazione, e per l’abbigliamento religioso, che per gli ebrei ortodossi prevede anche lo shtreimel, tipico cappello in pelliccia di zibellino.

Fonte: leanreligions.com

Parolari ricorda quanto questa legge così avanzata non faccia, in realtà, che portare avanti la propaganda, e quindi il vegan washing israeliano, mantenendo però i rapporti commerciali con Canada e Danimarca, principali partner commerciali in materie di pellicce; per di più – ricorda – la proposta di legge venne presentata per la prima volta nel 2009, per essere bocciata ben 3 volte prima del 2021.
Restando sul tema, a Tel Aviv nel 2014 sotto lo slogan “stop the suffering – choose compassion” si riunirono più di 10.000 persone; si tratta di una delle manifestazioni vegan più partecipate al mondo. Già nel 2015 più del 5% della popolazione israeliana è vegan, e con la presenza di centinaia di ristoranti e attività vegane Israele si conferma tra le destinazioni privilegiate per un turismo plant based.
Nessuno si pone la questione di come e dove questi prodotti vegani vengano prodotti: nei territori occupati in Cisgiordania dove le normative a tutela dei lavoratori non vengono rispettate.

L’Olocausto e la dissonanza cognitiva israeliana

Il vegan washing israeliano crolla sotto il peso delle stesse motivazioni a cui adduce la propaganda governativa per il loro veganismo.
Una delle profonde convinzioni espressa anche da personalità e guru vegani è che gli arabi, i musulmani, odino gli animali, non li rispettino e che il popolo ebraico sia più vicino alla sofferenza animale per via dell’esperienza dell’Olocausto; inoltre, le restrizioni alimentari religiose e la tradizione culinaria koscher renderebbe essere vegan più facile per gli israeliani.
Il pregiudizio contro i musulmani si scontra con le diverse letture e interpretazioni dei passi del Corano sul tema, in un interessante articolo Ahmed Safi, fondatore di PAL11, ricorda come nel testo sacro più volte Allah prescriva compassione ed empatia nei confronti degli altri esseri viventi, indicando, inoltre, come cibo eletto in Paradiso la frutta.
La vicinanza tra ebrei ed animali davanti al dolore dell’Olocausto è un topos presente in molta della letteratura ebraica del dopoguerra; posta sotto questa luce l’empatia nei confronti degli animali, ma non nei confronti dei palestinesi si può tradurre ed analizzare come dissonanza cognitiva: non è ancora una volta un caso che le autorità isrealiane descrivano i palestinesi come “animali inumani” e gli arabi, in generale, come “scarafaggi12”. Queste parole, e le dichiarazioni dei politici israeliani, stridono particolarmente se si pensa a un episodio risalente al 2018. Sara Netanyahu, la moglie di Benjamin, che allora era primo ministro come oggi, pubblicò sui propri social le immagini di una nave che trasportava bestiame dall’Australia verso Israele. Le immagini mostrano le condizioni degradanti alle quali gli animali sono costretti, e Sara Netanyahu si espresse dicendo che

There isn’t a single being who deserves to suffer this way, and to be humiliated this way. And we cannot as a community accept this13.

La dissonanza cognitiva è quel meccanismo di ragionamento incoerente che porta con sé un’evidente contraddizione – ad esempio, elevo almeno a parole la causa animale a priorità per il mio Stato e la mia popolazione, ma non esito a utilizzare categorie di animali per insultare degli altri esseri umani. Non a caso si parla di vegan washing nel caso israeliano, proprio come quando si parla di “green washing” per compagnie che adottano solo apparentemente metodi di produzione e materie prime sostenibili, rimanendo però ancorate a un sistema produttivo che sfrutta e inquina tanto quanto prima.
Il vegan washing israeliano non è altro che una patina, nemmeno troppo spessa, che mira a coprire con un immaginario cruelty-free nei confronti degli animali ciò che in realtà rimane ed è sempre stato fortemente oppressivo nei confronti dei palestinesi. Così facendo, l’ipocrisia israeliana è svelata, poiché alla radice stessa del veganismo politico e dell’antispecismo c’è la necessaria messa in discussione dei sistemi oppressivi e dello sfruttamento della vita, umana e non – tutte dinamiche di cui Israele non può definirsi portatore.

Il paradosso del consumo di carne e l’autarchia sperata

La facciata mal costruita di paese vegano e cruelty free, già grandemente intaccata dall’ipocrisia dell’occupazione, si incrina ulteriormente considerando un dato tanto interessante quanto poco conosciuto. Seppur sia vero che Israele è tra le nazioni con la più alta percentuale di popolazione vegana, è anche vero che secondo aggiornati dati OECD Israele si colloca al quarto posto nella classifica dei paesi a più alto consumo di carne pro capite, dopo Brasile, Stati Uniti ed Argentina14. Addirittura, se si guarda esclusivamente al consumo di pollo, Israele è il paese che ne consuma di più al mondo pro capite.
Per di più, il 26% della carne consumata in terra israeliana è importata come bestiame da altri stati (in primis l’Australia), il 61% è importata surgelata o refrigerata, di conseguenza solo la minor parte degli animali macellati ha vissuto in Israele15. La dipendenza di Israele dagli altri stati per la produzione carnea, e la debolezza che deriva da questa forte dipendenza, risulta ancor più chiara con la recente decisione del Primo Ministro Netanyahu di approvare la vendita di carne di manzo coltivata. Proprio Bibi ha commentato, questo 18 gennaio, così: “Israele è il primo Paese ad approvare la vendita di carne coltivata. Si tratta di una svolta globale nel campo delle proteine alternative e di notizie importanti per la sicurezza alimentare, la protezione dell’ambiente e l’attenzione per gli animali16”. Inoltre,

Israele è un importante hub per la carne coltivata. Al di fuori della Silicon Valley californiana, Israele ospita il maggior numero di startup biotecnologiche e impianti pilota al mondo dedicati alla produzione di carne coltivata. Quasi il 40% di tutti gli investimenti globali nella carne coltivata vengono investiti in aziende israeliane. E, recentemente, questa cifra ha incluso anche gli investimenti delle svizzere Nestlé e Migros17.

A sottendere la dichiarazione di intenti, vi è la necessità di soddisfare la sempre crescente domanda di carne dei coloni e le mire autarchiche del governo israeliano.

La terra del latte di soia e del miele di dattero

Sondata tutta questa serie di informazioni, è evidente che parlare di vegan washing è più che azzeccato per ciò che riguarda le direttive israeliane. La propaganda vegan gioca un ruolo anche all’interno dell’impresa di colonizzazione palestinese, che passa attraverso la deumanizzazione e discriminazione delle popolazioni arabe, e dall’appropriazione delle loro culture e pratiche. Nonostante nel 2016 la World Zionist Organization avesse creato una brochure chiamata “La terra del latte di soia e del miele di dattero”, nell’ambito di una più ampia campagna mediatica sull’identità israeliana nel mondo, non si può di certo dire che Israele abbia introiettato la lotta antispecista e antioppressiva che sta alla base di un veganismo consapevole – e non di facciata.
Dal 7 ottobre 2023 si contano più di 30.000 morti fra i civili di Gaza, e dal 1948 se ne contano migliaia. Per tutte quelle donne, quei bambini, quegli uomini che sono periti sotto le bombe, in coda per un pezzo di pane, o fra le mura dell’unico posto che consideravano sicuro, in quel lembo di terra che da anni era una prigione a cielo aperto, piccolo frammento di un paese dilaniato e fatto a pezzi, per loro nessuna parola di commozione. Eppure, “[t]here isn’t a single being who deserves to suffer this way, and to be humiliated this way. And we cannot as a community accept this”.
All’interno di questo discorso non si è mai parlato di antispecismo, bensì di vegan in riferimento alle pratiche israeliane, questo dipende essenzialmente dall’assenza in Israele di un animalismo veramente politicizzato, quindi di un antispecismo in senso concreto. Al contrario la questione animale aiuterebbe gli israeliani a colmare il loro senso di colpa, come ben evidenziato da Rachel Shenhav-Goldberg in un articolo per +972, tradotto in italiano da Parolari18:

Scegliendo di combattere per cause più popolari, molti Ebrei israeliani accettano di continuare a vivere in una sorta di dissociazione. Serve come mezzo per liberare le loro coscienze dall’indifferenza e dalla passività di fronte alle violazioni dei diritti umani nei Territori Occupati.

Matilde Cassano
Avana Amadei

Fonti

  1.  https://www.biblegateway.com/passage/?search=Esodo%203&version=CEI
    ↩︎
  2. Tamar Novick, Milk and Honey. Technologies of plenty in the Making of a Holy Land, Mit Press, London, 2023, p.3; nota 11: Gilbert Noel Sale, “Afforestation and Soil Conservation” (lecture at the Palestine Economic Society, December 28, 1942), Israel State Archives, Mem-3, 4188, 5.
    ↩︎
  3. Ivi, p. 53.
    ↩︎
  4. Ivi, p.61. ↩︎
  5. Ivi, pp. 60-73. ↩︎
  6. https://www.infopal.it/israele-il-veganwashing-e-la-violenza-sui-palestinesi/ ↩︎
  7.  https://www.aa.com.tr/en/middle-east/israeli-army-conducts-weapon-testing-on-animals/1884754
    ↩︎
  8. https://www.nytimes.com/2023/12/24/world/middleeast/israel-gaza-dogs.html#:~:text=The%20Israeli%20military%20says%20its,canine%20unit%20also%20draws%20criticism.&text=They%20search%20for%20explosives%20and,traps%20in%20the%20Gaza%20Strip.
    ↩︎
  9. https://www.haaretz.com/israel-news/2023-04-27/ty-article-magazine/.premium/israel-killed-more-than-2-000-stray-dogs-in-2022-why/00000187-c2a0-d628-ade7-c7e1eecb0000
    ↩︎
  10.  https://www.hsi.org/news-resources/israel-introduces-historic-ban-on-fur-sales-it/?lang=it
    ↩︎
  11.  https://pal.ps/2023/09/24/vegetarianism-in-islam-the-concept-and-context/
    ↩︎
  12. https://www.aa.com.tr/en/middle-east/israel-s-former-ambassador-to-un-calls-palestinians-inhuman-animals/3034022
    ↩︎
  13.  Alloun, Esther. “Veganwashing Israel’s Dirty Laundry? Animal Politics and Nationalism in Palestine-Israel”. School of Humanities and Social Inquiry, University of Wollongong. 2019. p. 2 
    ↩︎
  14.  https://data.oecd.org/agroutput/meat-consumption.htm
    ↩︎
  15.  https://www.jpost.com/israel-news/article-740043
    ↩︎
  16.  https://comune-info.net/letica-e-la-carne-coltivata-disraele/
    ↩︎
  17.  https://comune-info.net/letica-e-la-carne-coltivata-disraele/
    ↩︎
  18.  https://www.invictapalestina.org/archives/36302
    ↩︎

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