Musica Gnawa: tra radici e sperimentazioni

Se a conclusione di un tour nel deserto marocchino di Merzouga, quasi al confine con l’Algeria, vi ritrovaste seduti in una casa di un piccolo villaggio, probabilmente stareste per ascoltare ed assistere ad una performance di musica e danza Gnawa.

Questo spettacolo, inserito nella maggior parte dei tour organizzati come alternativa alla traversata a bordo di un cammello, potrebbe sembrare una messa in scena dal gusto esotico di musiche e suoni del deserto confezionata per i turisti e senza reali radici. In realtà, la musica Gnawa è molto più di uno spettacolo un po’ fuori dal comune ed è anche molto più di un genere musicale: si tratta di ritmi e coreografie basate su una tradizione intrinseca di una storia non detta, dimenticata. La sua origine risale agli spostamenti di popolazione provocati dalla tratta degli schiavi, sia quella più conosciuta, quella transatlantica, sia quella forse più ignorata, interna al continente africano. Si è trattato di deportazioni forzate dell’inizio del XI secolo protrattesi fino al XX secolo verso, tra le altre, la zona del sud del Marocco. Hanno coinvolto in particolare diverse popolazioni originarie della regione del Sahel, che ora conosciamo come Mali, Ghana, Guinea e così via. Così, negli anni, si sono create comunità di subsahariani in specifiche zone del paese come, ad esempio, a Essaouira o Marrakesh o ancora il villaggio di Khamlia “il villaggio dei neri”, così indicato dalle popolazioni berbere (dei berberi avevamo parlato qui) di Merzouga.

L’etimologia stessa della parola Gnawa porta le tracce di questo precoce incontro con l’anima berbera del Marocco. Essa sembrerebbe derivare dalle lingue berbere e avere due significati differenti, entrambi utilizzati per definire le popolazioni provenienti dal Sahel: ‘nero’, ad indicare il colore della pelle, e ‘muto’ a richiamare l’impossibilità di comunicazione tra locutori berberi e locutori di dialetti africani.

Fu proprio l’eterogeneità creatasi dalle confluenze di popoli subsahariani deportati e di popolazioni locali arabo-musulmane e berbere a plasmare l’identità culturale, religiosa e musicale di quella che oggi è la tradizione Gnawa.

Khamila, il villaggio marocchino nella zona di Merzouga
Fonte: SudestMaroc

Dato l’intreccio della musica Gnawa con una struttura organizzativa e riti estatici afferenti alla tradizione sufi (del sufismo avevamo parlato qui), sono state avanzate delle ipotesi sulla possibilità di considerare la Gnawiya come una tariqa in senso stretto, del calibro della Qadiriya o della Issawiya. A sostegno di questa tesi viene spesso richiamata la funzione forse più conosciuta, denominata laila (“notte”): può durare diverse ore e condurre ad uno stato di estasi necessario a purificare lo spirito da entità maligne, in un percorso perenne verso l’illuminazione.

Nonostante non ci sia ancora unanimità sull’appartenenza della Gnawiya alle confraternite sufi, la musica a essa legata deve comunque essere considerata tenendo insieme le sue dimensioni spirituale, terapeutica, religiosa ed estatica. Questa molteplicità di influenze è quindi il fulcro della tradizione Gnawa che si riflette armoniosamente anche nella sua manifestazione più tangibile: la musica. Per usufruire a pieno di uno spettacolo Gnawa, è quindi bene tenere a mente che non si tratta solo di una performance, bensì di un rito che unisce il profano al sacro, le pratiche animiste africane alla religione islamica.

Per altro, questa apertura al cambiamento che ha caratterizzato la musica Gnawa fin dalle sue origini, le ha permesso di diventare un elemento costituente della cultura e dell’identità sfaccettata del Marocco. Al punto che, sul finire del 2019, l’Unesco l’ha dichiarata un Patrimonio Immateriale dell’umanità.

Gli strumenti

La diversità delle culture, delle religioni, delle tradizioni alla base della musica Gnawa ha fatto sì che si sviluppassero sfumature e interpretazioni differenti a seconda della zona in cui si è sviluppata.
Tuttavia, una costante può essere ritrovata nel repertorio degli strumenti utilizzati. La musica Gnawa infatti è realizzata in primo luogo attraverso il guembri, uno strumento a tre corde innestate su una cassa di risonanza rettangolare ricoperta di pelle animale. Può essere considerato simile al ngoni (con quattro corde), strumento dei griot [1] sub-sahariani e generalmente viene suonato dal maâlem. Quest’ultimo termine fa riferimento alla figura principale del gruppo, che guida la performance e coordina gli altri strumenti. Vi sono poi i qraqeb, forse i più visivamente conosciuti. La loro forma richiama quella delle nacchere e vengono suonati dai componenti del gruppo che si esibiscono in una danza circolare. Infine vi è il t’bel, la percussione: si tratta di un grosso tamburo a membrana doppia.

Un membro di un gruppo Gnawa con il guembri, Rabat
Foto: Lars Curf (2011)

La componente femminile della musica Gnawa

Anche se tradizionalmente il maâlem e tutti i componenti del gruppo sono uomini, una versione femminile della musica Gnawa sta iniziando ad affermarsi grazie alla figura di Asma El Hamzaoui. Si tratta di una figlia d’arte, che ha creato un gruppo il cui nome, Bnat Timbouktou, evoca la sua composizione totalmente femminile (bnat in darija significa “ragazze”). Infatti, mentre è sempre stata prevista la possibilità per le donne di suonare nel contesto privato di cerimonie e rituali esoterici, la sua funzione musicale e pubblica è ancora una prerogativa maschile.

Quello di El Hamzaoui, è un progetto innovativo, che fa parte delle tante evoluzioni che la musica Gnawa ha conosciuto dalla sua nascita. Nonostante si tratti di un genere musicale fortemente ancorato sulle sue radici, la musica Gnawa è stata capace di rimanere aperta a influenze e contaminazioni che la rendono sempre più intrigante non solo per il grande pubblico (qui potete trovare addirittura una playlist!), ma anche per artisti afferenti ad altri generi musicali.

Asmâa Hamzaoui Bnat Timbouktou
Foto: Khalil Mounji

Luoghi di diffusione

Al di là dei diversi villaggi in cui è possibile assistere a spettacoli e performance su misura, il festival di Essaouira creato nel 1998 è sicuramente il luogo di principale diffusione e celebrazione di questo genere musicale. Dalla sua prima edizione, molti sono stati i cambiamenti e le sperimentazioni. Nonostante il centro del festival rimanga la musica Gnawa, molti artisti appartenenti ad altri generi, come jazz, blues o persino hip-hop hanno suonato al loro fianco, creando interessanti rielaborazioni.

C’è da aspettarsi che le sperimentazioni non rimangano confinate al palcoscenico di questa vibrante città del Marocco: la migrazione di diversi giovani marocchini in Francia, Belgio, Spagna e altri paesi ha portato alla creazione di gruppi musicali Gnawa fuori dai confini africani. E se fino ad oggi il jazz è stato il genere che forse ha preso più ispirazione dalla tradizione Gnawa, chissà l’incontro con il substrato musicale europeo contemporaneo quali traiettorie farà sperimentare a una nuova generazione di interpreti sempre più esposti a fenomeni di ibridazione culturale.

Elena Sacchi

Norma Febbo


Note

[1] Figura della cultura dell’Africa subsahariana. Si tratta di poeti-musicisti itineranti, custodi della cultura orale e della memoria storica dei villaggi e delle comunità di cui facevano parte.

Fonti

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