Mosul – War movie in Iraq

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Un regista statunitense, una produzione statunitense (dei fratelli Russo, già registi di molti film della Marvel) in un film ambientato in Iraq e recitato in arabo. Potrebbe sembrare strano ma è così.

Il film racconta una missione segreta della Nineveh SWAT Team, un’unità d’élite della polizia irachena alle prese con una missione misteriosa. Il lungometraggio non dà il tempo di comprendere cosa stia accadendo e cosa la squadra persegue lo si apprende soltanto seguendo l’addestramento improvvisato di Kawa: un giovane poliziotto soccorso dalla squadra in una sparatoria contro ISIS, assoldato nell’unità Nineveh dal maggiore Jassem dopo averlo salvato e gettato in battaglia senza troppi consigli. Tra attacchi di miliziani, imboscate e perdite dei propri membri, la squadra prosegue e si addentra sempre più nelle zone nemiche di Mosul: una città claustrofobica anche nei suoi spazi aperti, una città in macerie in cui i muri, le strettoie, i corridoi e gli scantinati la fanno da padrone. La città è spesso inquadra dal basso e chi vi combatte è sempre in cerca di barriere per proteggersi. Mosul appare priva di controllo e smembrata tra varie fazioni non solo in lotta contro l’ISIS ma anche in guerra tra loro. È una città in cui il nemico si trova ovunque e combatte in una guerra tra la gente, così viene definita la guerra contemporanea da Rupert Smith in un celebre testo di strategia militare dal titolo L’arte della guerra nel mondo contemporaneo; una guerra dove ambito civile e militare si mischiano e sembrano sempre più la stessa cosa.

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La violenza e la mancanza di prospettive, le scelte ardue tra il separare due fratelli o il convincerli ad abbandonare il cadavere del padre a cui avevano promesso di seppellirlo, la mancanza di fiducia verso i propri simili, la morte che piove dal cielo o è nascosta sotto riviste pornografiche, non fanno perdere la speranza all’unità Nineveh che ha qualcosa di più grande in cui credere.

Il film è un film di immagini, di cambiamenti e di compromessi, ma è soprattutto un film fatto di respiri e concentrato sulla necessità di trarre un ultimo respiro: respiri in una claustrofobica Mosul, ultimi respiri prima di morire, sospiri di sofferenza e di sollievo. La sceneggiatura non è nulla di speciale e la regia pecca nella prima parte del lungometraggio indugiando a lungo sul maggiore Jassem (interpretato splendidamente dall’iracheno Suhail Dabbach) senza capire che la forza del film sta nel cambiamento di Kawa e nella recitazione di Adam Bessa. Nella seconda parte il regista cercherà il giovane spasmodicamente e lo troverà in ogni inquadratura; dai piani medi ai primissimi piani è Kawa che attira l’attenzione e che monopolizza la scena coi suoi cambiamenti e attraverso una recitazione che travalica la sceneggiatura.

In questo film disponibile su Netflix il cinismo e la sofferenza sono parte preponderante della vita e della guerra ma il finale sembra cambiare le carte in tavola; un finale che rischia di ammazzare il film ma che inspiegabilmente, grazie ancora a Adam Bessa, sembra salvarsi in extremis.

Qui un articolo sulle minacce dell’ISIS alla produzione e al cast.

Luigi Toninelli

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