‘Nta Rajel? Tra femminismo, decolonialismo e diaspora

Con il nostro precedente articolo su “Femminismi e Medio Oriente” abbiamo cercato di raccontare esperienze tra loro molto diverse nel tentativo di introdurre il grande tema del femminismo decoloniale, senza tuttavia ridurne la complessità. Proseguendo in tale direzione, questo articolo si avvicina a una realtà più piccola, che offre un’immagine più puntuale e specifica di una delle tante esperienze che abbiamo cercato di inquadrare a un livello più generale.

Il movimento ‘Nta Rajel? si auto-definisce un collettivo femminista e decoloniale, figlio della diaspora Nord-Africana. Il fatto che si sottolinei la provenienza geografica attraverso la categoria del “nordafricano” invece che con altri termini (e.s. “arabo”) è una scelta puntuale che viene spiegata da una delle fondatrici del movimento come il tentativo di uscire da un’ottica “arabo-centrica”, che finisce spesso per accomunare esperienze anche troppo diverse, proprio in ragione della vastità di paesi e dimensioni che il termine ‘arabo’ contiene.

Il nome del movimento va riportato al dialetto marocchino (il darija), nel quale l’espressione Nta Rajel ? significa letteralmente “Sei un uomo tu?”.

Si tratta di un’espressione insolente, che ha come obiettivo quello di provocare una riflessione sulle attitudini del genere maschile all’interno della dinamica sociale. Nel suo contesto originario, viene spesso utilizzata per ricordare a un uomo che il suo comportamento non rispetta certe norme di genere. La scelta di utilizzare proprio questa espressione per dare un nome al collettivo è un atto di riappropriazione non solo della propria origina nordafricana, ma anche del termine stesso che viene rielaborato per utilizzarlo come arma contro quella stessa stigmatizzazione che è racchiusa in esso.

Pagina Instagram movimento Nta Rajel? , consultata il 31/12/2021

La provocazione intrinseca a questo gruppo di attiviste risulta quindi evidente fin dal loro nome. Coloro che partecipano a questo collettivo si definiscono anche antirazziste e anticapitaliste, andando a posizionarsi in quell’insieme di movimenti e collettivi che fanno dell’intersezionalità delle lotte il loro pane quotidiano.

Il movimento nasce nel 2018 da uno dei social che più si adattano alla mobilitazione dal basso: Twitter. All’origine del collettivo vi è infatti un hashtag, lanciato per rivendicare la libertà di dedicarsi alla lotta femminista pur facendo parte di una comunità razzializzata. Il sentimento condiviso delle fondatrici del movimento riguardava infatti l’idea che l’appartenenza alla comunità nordafricana avesse ha spesso impedito un reale coinvolgimento delle donne nelle lotte femministe, dal momento che la lotta antirazzista sembrava essere la priorità per la comunità. Partecipare a una lotta tra le cui fila si sperimentava quotidianamente un approccio sessista, ha portato alcune donne a decidere invece di partire dalla decostruzione dei ruoli di genere. Decostruzione intesa come parallela e non alternativa alle rivendicazioni sull’uguaglianza legata all’origine.

La volontà alla base di questa mobilitazione è di liberarsi da una duplice “protezione” paternalistica: con il movimento ‘Nta Rajel?, le attiviste affermano di non aver bisogno di essere salvate né dai loro fratelli o padri, volenterosi di difenderle da una sessualizzazione neocoloniale, né dagli stereotipati “sauveurs” (salvatori) occidentali che, sempre in un’ottica neocoloniale, le considerano oppresse e sottomesse.

Un altro punto di focale attenzione per il movimento è quello della rottura del silenzio all’interno delle proprie comunità, nelle quali troppo spesso sembra vigere la regola del “non tradire i propri fratelli”. Il tema delle violenze (sessuali e non solo) che si verificano all’interno di una comunità è uno dei punti caldi dei dibattiti delle così dette “seconde generazioni”. Molto spesso, la richiesta di giustizia viene subordinata alla necessità di preservare l’unità, in una situazione in cui la comunità stessa si trova a essere la minoranza.

Non è il concetto di unità che viene rifiutato dalle attiviste, quanto piuttosto l’idea che l’unità non si possa costruire parallelamente alla lotta a tutte le discriminazioni e alla difesa della dignità di ciascuno/a.

Alcune delle iniziative del movimento

Un’altra particolarità del movimento è legata alla sua appartenenza, dichiarata e rivendicata, a un femminismo che non si considera “bianco”, ma figlio della diaspora Nord-Africana. Questa sottolineatura non ha come obiettivo quello di delegittimare alcuni tipi di lotte, quanto quello di evidenziare una differenza di scopi: le rivendicazioni del movimento non devono essere strumentalizzate per lotte politiche o sociali di altro tipo solo perché riconducibili a un’appartenenza ‘non-occidentale’. L’antirazzismo del movimento ‘Nta rajel? non deve essere il pretesto per colorare la lotta di toni comunitari. Ciò che difende questo collettivo è la scelta della donna, che non appartiene ad altri che a sé stessa.

Attraverso i toni e i termini dell’attivismo militante, è possibile scorgere come questo movimento presenti molte delle caratteristiche non solo dei femminismi contemporanei, ma anche della più generale presa di parola di una certa area del mondo che reclama la possibilità di auto definirsi.

Il movimento ‘Nta Rajel? non riassume tutte le esperienze contemporanee di femminismo legato al Medio Oriente, in cui esistono molte altre correnti diverse, e in alcuni casi addirittura opposte. Tuttavia questo collettivo offre la possibilità di guardare più da vicino e più nello specifico fenomeni che, se inquadrati solo da una prospettiva generale, rischiano di non mostrare tutte le loro sfumature e quindi restituire un’immagine sfalsata dei loro molteplici colori.

Elena Sacchi


Fonti

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